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Ginevra: paradiso multiculturale o non-luogo alienante?

Ginevra: paradiso multiculturale o non-luogo alienante?

La città che ha dato rifugio ai perseguitati oggi appare a due facce come ci racconta la nostra travelblogger

Ovviamente il titolo è provocatorio. Per come la sto percependo in questi mesi vissuti sul confine del cantone ginevrino, la città del Jet d’Eau non si esaurisce in nessuna delle due definizioni, ma ha in sé qualcosa di entrambe.

È un po’ paradiso della #multiculturalità perché qui convivono, all’insegna del rispetto, persone della più disparata provenienza, con lingue, tradizioni e usi molto diversi. Non si avvertono  grandi conflitti sociali, perché pressoché tutti hanno di che vivere (infatti, – ed ecco il rovescio della medaglia – se perdi il lavoro e non hai diritto allo chomage, ti rispediscono a casa senza tanti complimenti).

Escludendo svizzeri e francesi, che per approssimazione geografica si possono considerare locali, nei circa sei mesi vissuti qui, ho conversato con più persone di origine diversa dalla mia di quante ne abbia incontrate in Italia in tutta la mia vita. Poter passare qualche tempo qui, rappresenta sicuramente una preziosa e rara occasione di arricchimento culturale da sfruttare fino in fondo.

Del resto, la vocazione all’#accoglienza e alla #tolleranza ha origini storiche in questa città, che durante gli anni della Riforma diede asilo ai perseguitati religiosi europei, che diede i natali al pensatore liberale Jean-Jacques Rousseau ed ospitò l’illuminista Voltaire per lunghi anni nella campagna circostante (precisamente a Ferney-Voltaire, cittadina sul territorio francese che dal filosofo prende il nome e dove si può ancora visitare il suo castello). Per questa sua tradizione neutrale e filantropa divenne sede della Società delle Nazioni e poi delle Nazioni Unite, rispettivamente dopo la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. La presenza dell’#ONU, di numerose altre organizzazioni internazionali e delle #multinazionali che hanno spostato qui la loro sede grazie ad un regime fiscale favorevole, alimenta il #cosmopolitismo che caratterizza la vita ginevrina.

Questo clima permette a chi arriva di non sentirsi propriamente “straniero” o almeno di sentirsi in buona compagnia, perché circa la metà della popolazione non è autoctona. Camminando per le strade di Ginevra, senti intorno a te una #babele di #lingue, che da un lato ti fanno sentire orgogliosamente al crocevia del mondo, ma dall’altro ti danno l’impressione di vivere in un luogo di passaggio, un luogo di tutti e di nessuno, quasi un enorme aeroporto internazionale: un #non-luogo insomma.

La mancanza di un’identità dai contorni definiti (che esiste, ma che non si percepisce), fa sì che difficilmente si riesca a mettere radici da queste parti. Certo, molti decidono di rimanere e “metter su casa”, attratti sicuramente dalla qualità della vita. La maggior parte degli #expat, però, resta quel tanto che basta per raggiungere una stabilità economica per poi tornare nei propri paesi d’origine.

L’ordine e la pulizia regnano sovrani, si guida ad una velocità massima di 60 km/h su strade extraurbane larghe e dritte, generalmente non ci sono schiamazzi notturni perché è raro trovare locali aperti dopo l’una. Tutto questo a volte sembra troppo perfetto per essere autentico e, a giudizio di molti, francamente troppo noioso. Il sabato notte non è raro vedere donne e uomini ben vestiti che vagano soli con una bottiglia in mano: il bisogno di perdere il controllo diventa più forte in una società dove tutto è controllato.

Quello che salva, come sempre, è il rapporto con gli altri. Di solito altri expat come te, soli come te, e con una grande fame di esperienza e di relazioni umane.

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