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Maschere e identità in “Man in the Long Black Coat” di Bob Dylan

Bob Dylan e la sua "Man in the Long Black Coat"

L'uomo dal lungo cappotto nero, si insinua nell'oscurità, celato dietro ad una maschera su cui sono dipinte le note di una canzone.. Foto di Viviana Vicario

Molte volte mi trovo a riflettere su quanto l’attualità si presenti sotto forma di allusione “fra le righe” in canzoni, testi, o libri. Credo vi sia una sorta di processo circolare nel corso della storia. Quella circolarità che in un moto perpetuo, ripetitivo, e quasi agghiacciante ritorna costantemente all’origine.

L’anno scorso ho iniziato ad avvicinarmi con maggiore interesse ad uno dei cantanti più importanti della storia musicale: Robert Zimmerman, più comunemente conosciuto come Bob Dylan. Ascoltando diversi album contenenti le sue canzoni, fu una in particolare a destare il mio interesse. Si tratta di “Man in the Long Black Coat”, dell’album “Oh Mercy” (1989).

È proprio nel testo di questa poetica canzone, composta dallo stesso Dylan, che si condensano tematiche universali come il male, la desolazione, la corruzione della coscienza, la fuggevolezza dell’esistenza e l’incapacità di trattenere il proprio destino nel palmo di una mano, o attraverso il semplice ricordo. Essa racconta la storia di una donna, che in una serata estiva colma di desolazione e silenzio, dona il suo cuore a un misterioso uomo “dal lungo cappotto nero”. Lei stessa si avvicina all’uomo chiedendogli di danzare in una sala da ballo situata nella periferia di una città. A questo punto egli, con il volto celato da una maschera e colmo di polvere, citando la Bibbia sostiene la corruzione della coscienza umana:

Disse che la coscienza umana è vile e corrotta.
Non puoi seguirla come fosse una guida,
quando sei tu a doverla soddisfare

Assai ambigua la dichiarazione dell’uomo dal cappotto nero. Un’affermazione che potrebbe quasi alludere alla sua effettiva identità.  La donna, a questo punto della canzone, fugge assieme all’uomo misterioso, non lasciando nessuna traccia di sé:

Non disse mai nulla.
Non lasciò nulla di scritto.

…Non una parola, non un ‘addio’,
nemmeno un appunto

L’identità misteriosa dell’uomo, potrebbe dunque essere ricondotta a una personificazione del male. Vi sono molte interpretazioni a riguardo e molte di esse identificano l’uomo con la morte. Altri elementi non combaciano.
Perché
la donna dovrebbe essersi consegnata di spontanea volontà all’uomo? E perché, se si trattasse davvero della morte, essa dovrebbe consigliare di non affidarsi alla propria coscienza come guida interiore?

La desolazione del paesaggio circostante è un elemento che fa soltanto da cornice  allo svolgimento della vicenda ma non per questo meno è importante. I grilli friniscono, le finestre sono mezze aperte, e un vestito di cotone soffice é stato lasciato lì, a penzoloni ad asciugare. Un paesaggio che rimanda al silenzio, ma non ad un silenzio di pace, bensì ad una desolazione angosciante.

A questo punto mi verrebbe spontaneo notare quanti rimandi alla storia potrebbero essere celati attraverso questa canzone. Il senso di desolazione, nascosto dietro un’apparente pace, mi ricorda in particolare la tragedia dell’olocausto, ed un’immagine in particolare che si é cristallizzata nella mente degli uomini: Auschwitz. Il fumo che sale lento, dal camino del forno crematorio, ed il paesaggio immerso nella neve. Nessuno che sa nulla, nessuno che parla: la coscienza corrotta dell’umanità ha trovato in questa tragedia il suo più alto grado d’espressione.

Un fatto molto più attuale potrebbe costituire un ulteriore parallelismo con “Man in the long black coat”, ovvero l’11 settembre 2001. L’America potrebbe essere la donna, che si dona o cade fra le mani di un uomo (al quale ognuno di noi potrà attribuire l’identità che preferisce), e così facendo manda in frantumi un sogno che da secoli l’aveva caratterizzata. La morte di 2.752 persone. La desolazione di Ground Zero si presenta sotto forma di una massa di polvere e detriti; e delle vittime di questa tragedia non rimane nulla, soltanto qualche oggetto ritrovato fra masse di detriti. Immagini di morte, sì, ma anche rimandi a ciò che il male è in grado di provocare nelle persone, nel paesaggio, nella memoria degli uomini.

A questo punto vorrei concludere questo articolo sollevando una questione che mi sta particolarmente a cuore, lasciando alcuni interrogativi aperti. Aveva davvero ragione l’uomo “dal lungo cappotto nero”, nel sostenere la corruzione dell’umana coscienza? Sebbene egli fosse la personificazione del male, aveva poi così torto nella sua affermazione?
Pensiamo per esempio alla situazione della giustizia in Italia. Essa è davvero in grado di riconoscere il valore della coscienza pura e limpida, distinguendola invece dalla corruzione e dal peccato?

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